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Bardolino-Natal (andata e ritorno)

05 Ottobre 2007 - di Caterina Paolini

Un entusiasmante viaggio di solidarietà nella terra dei colori e della musica: il Brasile. Il racconto dalla voce di una volontaria bardolinese volata oltreoceano.
La mia avventura a Natal, in Brasile, è durata più o meno 4 mesi. Dico più o meno perché in un luogo come quello si perde completamente la cognizione del tempo. Quattro mesi non sono la tipica vacanza “relax spiaggia sole e cazzeggio”, ma vi giuro che i secondi, le ore, i giorni sono passati troppo in fretta. Mai sazia di conoscere, sperimentare, osservare, interagire. Perché per quanto si dica: è tutto vero! Il Brasile quando lo lasci ti inebria di “saudade”, ossia di malinconia.

Decisa a mettermi alla prova sono partita alla volta di Natal, capitale del Rio Grande do Norte, uno degli stati della regione del nort-est del Brasile. In particolare ho vissuto la mia entusiasmante esperienza a Gramorè, un quartiere nella parte nord della città.
Zona nord/zona sud: ecco qui la divisione geografica (le due zone sono divise dal fiume Potengi) ma non solo, anche quella economica e perché no, azzardo, sociale.
La zona sud risulta essere agli occhi degli stranieri (os gringos!) e autoctoni rigogliosa e appetibile con le sue spiagge (attrezzatissime) di sabbia bianca, alberghi lussuosi e locali in voga.

Ma solo attraversando quel ponte un po’ sbilenco gli occhi si spalancano ad una realtà ben diversa rispetto a quella che ci si è lasciati alle spalle. Le Favelas. Arroccate sui pendii o distese sulle fogne a cielo aperto, le favelas rappresentano una delle piaghe più tristi e dolorose del Brasile. Abitazioni senza luce o acqua, con un tetto in cellophane, sono in contrasto, o meglio la contraddizione delle città industrializzate. Le favelas sono un vero e proprio mondo nelle città; contenitori di aspetti tremendi della vita come la miseria, la malsanità, la droga, la violenza. Ed è vicino a questa realtà che ho trascorso le giornate. Ovviamente non sono partita dall’Italia totalmente sprovveduta; quindi arrivata a destinazione sapevo (più o meno) chi ci sarebbe stato ad aspettarmi. Padre Trajano mi ha accolto nella sua comunità con immenso calore ed entusiasmo, mi ha preso la mano e mi ha aiutato ad integrarmi in una realtà così splendidamente differente da quella occidentale o meglio, più abbiente.

D’altronde siamo divisi o no in “posizioni”? Noi italiani, facciamo parte del così chiamato “primo mondo”, noi siamo in pole position! Il Brasile aihmè è solo al terzo posto, ma a mio avviso, per molti aspetti il terzo e di gran lunga molto meglio del primo. La comunità che mi ha ospitato si chiama Centro Educaciònal Dom Bosco, creato interamente da preti Salesiani e devo ammettere che hanno fatto proprio un bel lavoro. Il centro svolge attività per il sostegno e il reinserimento sociale di bambini di strada e di giovani disagiati, attraverso: animazione; assistenza sociale e sanitaria; corsi professionali di informatica, taglio e cucito, saldatura e dattilografia.

Le mie mansioni erano tra le più svariate: ufficialmente organizzavo lezioni di clown per i bimbi più piccoli e lezioni di italiano per gli adolescenti. Ufficiosamente ho provato l’ebrezza di cucinare più volte per ben 400 bambini, pulire l’oratorio, posto di gioco e studio dei bimbi, ma la cosa che adoravo maggiormente era passare il mio tempo con i “meninos de rua”, ossia i bimbi di strada. Per loro ero come Gardaland: li portavo ogni weekend in spiaggia, li intrattenevo con i miei spettacolini clowneschi, li nutrivo giornalmente, insomma li ho accolti nel mio “ventre virtuale” per poter dare loro un po’ di serenità.

Vorrei spendere qualche parola sui meninos de rua, una delle espressioni più utilizzate in Brasile per parlare del dramma dell’infanzia povera e abbandonata. Questi bambini trascorrono intere giornate in strada: per vagabondare, per giocare, per vendere (-rsi), per lavorare e per altro ancora. La strada costituisce uno degli elementi fondamentali del percorso esistenziale del minore, anzi, diventa un vero e proprio spazio vitale, la sua abituale dimora. Se le cose stanno così quindi non è difficile dedurre che sulla strada i bambini non hanno un’adeguata protezione e sono vulnerabili a subire abusi e violenze.

Solitamente i bambini di strada hanno dai cinque ai quindici anni, riescono a vivere di espedienti, rubano il necessario per sopravvivere, si prostituiscono, o vengono assoldati da gruppi di delinquenti diventando dei veri e propri baby-killer su commissione. La loro droga è la colla; ottima quella usata dai falegnami, ma è più efficace il mastice dei calzolai, dall’odore pungente. La chiudono dentro un sacchetto di plastica o in una scatolina e ci infilano il naso. Quando un menino de rua non ha soldi per comprarsi il mastice svita il tappo del serbatoio di un’auto in sosta, annusa la benzina e così si placa. A Natal l’indice di bambine prostitute è molto alto. E questo si spiega per la totale mancanza di opportunità di lavoro e di studi. Le bambine e le giovani coinvolte in questo traffico hanno un sogno in comune: incontrare un turista ricco che s’innamori di loro e le porti a vivere nel suo paese d’origine.

Questa descrizione non è di certo rassicurante, ma il Brasile, anche nella sua povertà, lascia senza fiato. Ho assaporato episodi di vita quotidiana ricolmi di gioia, colori, musica e sapori. Ho incontrato persone che mi hanno profondamente incuriosito, ad esempio un gitano, Sir Serafin, che mi ha reso partecipe delle tradizioni zingare, ha cercato di convincermi di vivere secondo i passi della bibbia e mi ha fatto trangugiare un liquore talmente forte da stramazzare a terra.

I bimbi sono stupendi. Hanno una semplicità interiore che ti spiazza davvero. I loro corpi si muovono a ritmo di musica per gran parte della giornata e caparbi come sono hanno cercato in tutte le maniere di farmi diventare, con scarsi risultati, una danzatrice di samba. I loro sorrisi, le loro espressioni, i loro occhi furbi che ti seguono ovunque, la loro destrezza nel catturare granchi nelle piccole lagune che si formano a ridosso dell’oceano.

Gli aromi che si diffondono nell’aria sono talmente intensi da farti girare la testa. E poi la luna. Così grande da sormontare le case, così vicina che sembra caderti addosso. Ma è così bella! Tutti i brasiliani sono innamorati della luna, cantano per lei e raccontano storie malinconiche in cui lei fa sempre da protagonista. Il Brasile canta alla vita.

Amerigo Vespucci disse riferendosi al Brasile: “Se il paradiso terrestre esiste da qualche parte, non può essere lontano da quel paese”. Condivido pienamente questa espressione, benchè il Brasile con tutti i suoi contasti e contraddizioni, colora il cuore di verde e di giallo.



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