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L'Italia vista da Londra

21 Maggio 2010 - di Alessandra Minio

Un breve soggiorno nella capitale inglese regala un ritratto che conferma qualche luogo comune sugli italiani tra mozzarella, caffè e l'estate perenne.

Si sa: le gesta del turista italiano all'estero sono un argomento sempre appassionante. Il classico chiassoso turista che riconosci lontano un miglio, principalmente per com’è abbigliato e per quanto si agita mentre cerca di capire come funzionano i mezzi di trasporto, forse disorientato da un'efficienza che può davvero sconvolgere chi arriva da un paese dove le ferrovie sono rimaste ai tempi di Camillo Benso. Un vero eroe dei nostri tempi.  Così è anche Londra, città che di italiani ne ospita parecchi, facendoli divertire per un week end, oppure offrendo loro l'opportunità di una vita. Chi impara l'inglese a suon di servire cappuccini che di italiano hanno forse solo il nome; chi si circonda di un'aria molto British girovagando per Harrods con aria signorile, ma tradendo pur sempre un genuino stupore nostrano; chi studia e lavora ad alti livelli, mettendo a frutto capacità non sempre giustamente riconosciute in patria; chi infine è venuto ad aprirsi uno dei numerosi ristoranti che servono lasagne e caprese, pizza e un caffé quasi vero. Sono come il prezzemolo, come si dice.

Ma non vorrei ripercorrere i soliti cliché, iniziando magari col denunciare il malcostume dei conterranei, per finire a tarallucci e vino con un'assoluzione dettata da quell’amor patrio che - oscuro in noi italiani quando siamo a casa nostra - finisce per farsi largo inaspettatamente quando ci troviamo all'estero.  Noi tendenzialmente alterniamo due atteggiamenti: o ci sentiamo più belli di tutti, o viceversa scuotiamo la testa nella reale convinzione che l'erba del vicino sia obiettivamente più verde. Una specie di schizofrenia culturale. Ma indipendentemente da quello che noi pensiamo di noi, potremmo domandarci: che cosa il nostro vicino europeo, l’inglese nel nostro caso, ama trattenere nella sua idea dell’Italia? Per capire come stanno le cose, potremmo andare per immagini. Potremmo servirci di quei quadretti, di quelle fotografie di vita che compaiono come ornamento e come testimonianza legittimante sulle pareti di quei locali che non solo vogliono offrire il nostro buon cibo, ma anche immergere l'avventore nella più autentica atmosfera mediterranea. Qui l’italianità è uno stile, fa capo a un immaginario ben preciso, un immaginario che pare essersi evoluto rispetto a quello a cui siamo abituati a rispondere: pasta e pizza, mandolino mamma e mafia; il tutto sulle note del Padrino, tanto per capirci.

Ma torniamo ai quadretti. Inizialmente, a vederli fanno sorridere: a parte che è sempre perennemente estate, come se l'inverno da noi fosse il grande sconosciuto; sembra che al sabato sera la normale ragazza media italiana se ne stia in una stradina acciottolata ad attendere che il suo boyfriend, rigorosamente con banana anni Cinquanta, passi con la Cinquecento a recuperarla per portarla, chissà, forse a cena dai parenti. Come segno di riconoscimento lei deve tenere in mano un mazzo di foglie di basilico. I passatempi principali sono il gioco delle carte e il calcetto balilla; l'anziana porta il fazzoletto in testa e l'anziano la coppola e il bastone, sempre. Quando cuciniamo spaghetti, questi sono rigorosamente al pomodoro e, non è chiaro il motivo, di regola se ne preparano per un reggimento, come testimoniato dalla pentola che ha dimensioni da mensa scolastica. Per invitarti a entrare nel locale, gli slogan sono di questo tenore: "Vieni a mangiare da noi e ritroverai la tua mamma".

Tirando le somme: il classico popolo di mammoni, tradizionalista, legato alla famiglia, un pochino arretrato anche, ma genuino. Immagine un po' parziale forse, ma è comprensibile: anche per noi con ogni probabilità l'Inghilterra è bus rossi, cabine telefoniche e cambio della guardia. Ci piace pensare così.

Ma tornando alla nostra descrizione iconografica, vorrei sottolineare un aspetto centrale: l'ambientazione di queste scene di vita quotidiana è sempre davvero meravigliosa. L'idea è quella di un patrimonio ambientale, architettonico, storico dal valore inestimabile, invidiato e ammirato, qualcosa da portare davvero in palmo di mano. E' su questo che puntano, ed è questo che fa business e che solletica l'immaginario, insieme alla mozzarella e al caffé. Ed è davvero potente. Più potente della mamma anni Cinquanta che cucina e serve la pasta al papà. La cosa tragica è che sono entrambe immagini destinate ad essere parzialmente deluse per chi si trovasse a vivere sul serio la nostra Italia più recente. Tralasciando questioni di ordine sociale sull'evoluzione della famiglia e dei rapporti, molto più agile risulta fare delle considerazioni riguardanti il trattamento dei nostri beni paesaggistici e architettonici. L'ordine da chi ci ama dall'estero sembra suonare così: non toccate nulla perché avete ciò che di più bello possa esserci e il vero colpo di genio è salvaguardarlo. Dalla città più fast d'Europa si innalza un appello a un modello slow, fatto di cibo sano e centri storici che piacciono esattamente così come sono, con le loro dimensioni e il loro essere immersi in un tempo che pare essersi fermato. Questo ci chiedono, e questa sembra essere una strada da percorrere non solo se animati da una romantica attitudine alla conservazione e alla storia, che per quanto lodevole, pare non mettere d'accoro tutti gli italiani e tutte le fazioni politiche, ma, volendo, anche semplicemente per puro guadagno economico, in una prospettiva a lungo termine.

Tornando a casa nostra, e riflettendo sulla vocazione turistica del Lago di Garda, sapranno i nostri amministratori guardare appena oltre il loro naso e salvaguardare questa meraviglia? Sarebbe ora di rovesciare il binomio “allargarsi = progredire”, di cui la propaganda politica si riempie la bocca, e comprendere come la conservazione possa rappresentare un guadagno reale, in ogni senso. Così ci insegnano i nostri vicini più lungimiranti. In barba agli speculatori.




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